Il nostro team

La missione di TIM è quella di supportare le Aziende nelle fasi di sviluppo e/o di ristrutturazione, affiancandole nella gestione del cambiamento

Finanza sostenibile: quali sfide per le imprese

Il tema della sostenibilità è un tema sempre più ricorrente all’interno delle aziende.

Adattare il proprio business model ad un mondo sostenibile è una vera e propria

sfida per molte imprese.

 

Per la prima volta dopo secoli, il focus di un’organizzazione non è meramente quello

di portare benefici economici, ma anche quello di tenere in considerazione le

problematiche sociali ed ambientali, impattando positivamente l’ecosistema che le

circonda.

 

In un contesto economico dove i consumatori e gli investitori sono sempre più attenti

ai temi della sostenibilità ambientale e sociale, la responsabilità sociale d’impresa

assume un ruolo fondamentale per poter competere nel mercato presente.

 

Data l’importanza di questa tematica, in molte aziende si sta introducendo la figura

del Sustainability manager, il “manager della sostenibilità” per inserire nel piano

strategico aziendale gli obiettivi relativi alla sostenibilità ed avere una figura preposta

a monitorare performance e avanzamenti in campo ESG (Enviromental, Social,

Governence).

 

Le grandi sfide ambientali e sociali sono diventate di importanza fondamentale per

tutte le aziende globali e a livello europeo i nuovi piani di investimento comunitari,

hanno promosso incrementalmente la sostenibilità e un’economia climatica neutra.

 

Nello specifico nell’ambito della finanza sostenibile, un tema delicato che indirizza le

decisioni di investimento sono gli obiettivi ESG, che obbligano di fatto molte aziende

ad evolversi e a tarare le proprie politiche e i propri comportamenti, in conformità con tali

obiettivi.

 

 

  • Environmental: la crescita deve essere sostenibile sul piano ambientale,

considerando i rischi legati ai cambiamenti climatici e quindi attenta alla

riduzione delle emissioni di Co2, all’efficientamento energetico, l’azienda

porre la massima attenzione allo spreco di acqua e ad altre pratiche che

mettono a repentaglio le risorse naturali, come ad esempio la deforestazione.

  • Social: miglioramento dell’ambiente di lavoro sotto diversi aspetti:

○ perseguire politiche e comportamenti inclusivi per tutti i tipi di diversità,

di sesso, di età, di abilità;

○ miglioramento delle condizioni di sicurezza sul lavoro;

○ porre la massima attenzione al rispetto dei diritti umani;

○ miglior relazione con i sindacati;

○ in sintesi, un’assunzione di responsabilità sociale a 360 gradi.

  • Governance: a livello di governance societaria si richiedono etica e la

massima trasparenza da parte dei vertici. Diventa fondamentale

implementare politiche di diversità e inclusione nella composizione dei CdA, e

garantire la presenza di piani ed obiettivi di sostenibilità, legati alla

remunerazione del board.

 

Perché la sostenibilità è importante per gli investitori?

La sostenibilità è un tema rilevante per gli investitori perché il riscaldamento globale

e il cambiamento climatico rappresentano dei rischi considerevoli all’interno dei

portafogli di investimenti.

 

Stiamo attraversando un momento di transizione da un’economia alimentata da fonti

poco sostenibili ad un’economia futura a basse emissioni di carbonio. Nuovi modelli

di business rispettosi del clima e dell’ambiente esistono, ma rappresentano ad oggi

la minoranza delle società nelle quali poter investire.

 

Il mercato ad oggi è composto prevalentemente da aziende nate quando il

riscaldamento globale non era un problema comune dibattuto, che però devono ora

necessariamente adattarsi alle nuove esigenze dei consumatori e degli investitori.

 

Come capire quali realtà stanno realmente affrontando il cambiamento mutando le

loro fondamenta verso un approccio realmente più sostenibile e quali invece si

stanno adattando superficialmente, mutando semplicemente la propria facciata?

 

Il ruolo dei rating ESG

La crescente importanza dei temi relativi alla sostenibilità per chi investe o per chi

concede un credito ha creato la necessità di misurare la performance delle imprese,

anche in termini dei parametri ESG.

 

Come gli Score (algoritmi statistici) e i Rating creditizi (valutazione del merito

creditizio da parte degli analisti) misurano l’affidabilità di un’impresa e la sua

situazione di indebitamento, gli Score e i Rating ESG sono da poco stati introdotti

per valutare il grado di sostenibilità di un’impresa, nei tre ambiti: ambientale, sociale

e di governance. Si differenziano però da quelli creditizi perché in questo caso

praticamente non esistono misure oggettive riconosciute pubblicamente.

 

Nel caso degli Score e dei Rating Creditizi ESG si tratta di considerare un ampio

ventaglio di variabili, sia quantitative che qualitative. Mancano però delle

regolamentazioni ed un’autorità, come in Europa ad esempio esiste L’ESMA

(autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati), che autorizza le agenzie di

Rating ad emettere le valutazioni.

 

Per far fronte a questa mancanza, le agenzie di rating, a livello quantitativo, valutano

la sostenibilità in base alle performance dell’impresa analizzando i dati pubblici

disponibili. La parte di analisi qualitativa invece prevede la raccolta di dati ed

informazioni tramite questionari sui tre ambiti ESG.

 

Perché per un’impresa misurare la sostenibilità è un’azione strategica?

Per poter aumentare la propria attrattività verso gli investitori, molte aziende

dovrebbero attivarsi proattivamente:

 

  • Introdurre modelli di governance aziendale più trasparenti e aperti agli

investitori.

  • Monitorare quantitativamente gli impatti ambientali, fornendo più

frequentemente informazioni oggettive sull’attività aziendale.

  • Evidenziare qual è l’impatto sociale ed economico dell’azienda sul territorio.
  • Includere nei piani finanziari KPI’s relativi alla sostenibilità e legare a questi

ultimi una parte del bonus del top management.

 

Poter disporre di un rating ESG per un’azienda riserva considerevoli vantaggi sotto

vari punti di vista.

 

Innanzitutto, si ha una vera e propria misurazione della performance nel

campo della sostenibilità. Questo garantisce all’azienda un tracciamento dello

storico della propria sostenibilità, di fondamentale importanza per le analisi

future.

Un altro vantaggio è rappresentato indubbiamente dal posizionamento

aziendale sul mercato. Essere sostenibili è oggi una leva commerciale non

indifferente, che va anche a impattare positivamente sulla reputazione

aziendale.

Altri vantaggi sono rappresentati dall’incremento delle opportunità di

raccogliere investimenti, oltre al miglioramento delle opportunità e dei costi di

finanziamento.

 

Per potersi differenziare dai competitor e implementare delle politiche strategiche

ESG efficaci bisogna affidarsi a manager competenti. La sostenibilità non è un trend

del momento o una moda passeggera, è un tema sempre più attuale, pronto a

restare.

 

La spinta della transizione energetica sta cambiando il paradigma strutturale

all’interno delle aziende. Le aziende devono necessariamente ridurre la propria

 

impronta ecologica, posizionandosi non solo come organizzazioni artefici di profitti,

ma anche come enti sociali destinati a creare sempre più valore a livello sociale

condiviso.

 

Per questo bisogna essere pronti ed avere a disposizione strumenti adeguati. TIM

Management può offrire manager ad interim che si occupano proprio di questo per

aiutare la tua realtà ad affrontare al meglio questa transizione positiva.

CHANGE MANAGER: Cosa fa e perché per alcune aziende è un ruolo molto importante

In quest’era di continua espansione, sia territoriale che multimediale, il vero dilemma per un’azienda e soprattutto per una PMI, risiede nel saper dove investire le proprie risorse limitate in modo efficace per garantirsi uno spazio nel futuro mercato che diventa sempre più complesso e competitivo. 

E’ fondamentale per le PMI ma non dimentichiamo che anche molte grandi realtà, come ad esempio Nokia, Kodak, Blockbuster, Blackberry e Polaroid, non hanno saputo innovare il loro business model tempestivamente e in modo efficace e sono finite disastrosamente fuori mercato. 

Onde evitare che questo accada, in momenti di alta criticità è importante che intervenga una figura come il change manager, esperto nella gestione del cambiamento, che interviene in favore dell’azienda per gestire al meglio qualsiasi criticità e traghettarla verso un futuro di successo e crescita.

In quest’epoca tecnologica la più grande sfida per le aziende rimane quella di innovare in maniera organica e integrata. L’azienda può anche introdurre tecnologie e nuovi processi, ma se non vengono integrati agilmente nel sistema, rimangono azioni estemporanee e spesso inutili.

All’interno delle aziende, Il più grande blocco strutturale all’innovazione e al cambiamento è rappresentato dalla cultura e dal comportamento aziendale. La reticenza delle persone al cambiamento è la causa maggiore per la mancanza di innovazione all’interno di un’organizzazione. 

Un’azienda può anche introdurre degli strumenti digitali al suo interno come ad esempio: introdurre test di digitalizzazione per i propri dipendenti, inserire nell’organizzazione la figura di innovation manager, usare piattaforme digitali, ma senza una strategia efficace rivolta al cambiamento e perseguita con determinazione, lo sforzo rimane vano. 

Il ruolo del Change Manager consiste proprio in questo: costruire una cultura e un percorso orientati al cambiamento per raggiungere l’obiettivo desiderato. 

 

I 4 principi fondamentali ai quali fare riferimento secondo il modello 4P sono:

  • People: cambiare la mentalità e la cultura delle persone, l’aspetto più difficile.
  • Process: rivedere tutti i processi in ottica digitale e moderna.
  • Platform: introdurre in azienda tutti gli strumenti ed i tool digitali necessari per migliorare la produttività.
  • Place: ripensare tutti i luoghi di lavoro in un’ottica di activity based workspace e smart working.

People

L’aspetto sicuramente cruciale e più difficile da cambiare. Un progetto di change management deve partire dalle persone e dalla loro mentalità. La psicologia sociale, applicabile ai dipendenti, raffigura come estremi due tipologie di mentalità: Il fixed mindset ed il growth mindset. 

Nel primo caso si ha davanti una mentalità poco propensa alle novità e conservativa mentre nel secondo caso si ha una volontà e una propensione spontanea ad imparare ed evolvere, anche oltre le reali necessità aziendali. 

Il ruolo del Change Manager è quello fondamentale di operare come driver per livellare questi due opposti e spingere l’intera azienda verso il cambiamento uniformemente e in maniera organica. 

Operativamente si tratta di concordare e implementare obiettivi e tempi e allocare budget, condividendo il percorso di sviluppo con l’intera organizzazione al fine di abbattere qualsiasi tipo di obiezione e resistenza, dimostrando i benefici non solo aziendali, ma anche personali che si possono ottenere nel proprio lavoro, grazie al cambiamento e alla modernizzazione di processi e strumenti.

 

Process

Senza l’introduzione di nuovi  processi, anche la tecnologia più efficace è destinata a fallire. Molte aziende investono in piattaforme e soluzioni IT,  senza efficacemente delineare i loro processi e quindi la loro ottimizzazione; uno degli esempi più frequenti è l’introduzione in azienda di un ERP di nuova generazione senza la guida di un manager esperto che sappia come coinvolgere nel processo tutte le funzioni e quali sono le aree critiche da monitorare con attenzione.

Un piano di change management invece include una valutazione accurata delle procedure e di conseguenza la scelta e l’implementazione di soluzioni efficaci.  

 

Platform

Stiamo assistendo negli ultimi anni all’introduzione sempre più diffusa e capillare di nuove piattaforme tecnologiche, più o meno integrate, che aiutano a svolgere più efficacemente il lavoro in azienda. Non adottare tempestivamente soluzioni tecnologiche avanzate significherebbe compromettere pesantemente l’efficienza aziendale, diminuendo inevitabilmente la capacità di competere sui mercati.

Senza dimenticare che la comunicazione e la vendita avvengono sempre di più tramite canali digitali e non prioritizzare in questa direzione andrebbe a scapito dell’azienda e delle sue performance.

L’azione di un Change Manager interviene anche in questo ambito, facilitando l’introduzione di piattaforme tecnologiche in linea con il processo di cambiamento ed evoluzione e rendendo più accessibili dati e comunicazioni all’interno dell’organizzazione.

 

Place

L’uso di piattaforme digitali consente anche di rivalutare l’intero paradigma sociale e organizzativo dell’impresa e della gestione delle risorse umane. 

Molte aziende hanno constatato i benefici dello Smart Working tra cui:

  • Performance in linea o anche migliorate
  • Maggiore efficienza e risparmio
  • Soddisfazione del lavoratore

Questo cambiamento, che molte realtà aziendali in tutti i settori hanno giocoforza sperimentato negli ultimi anni, può essere la spinta al cambiamento anche su altri fronti grazie anche al supporto di un Change Manager.

Il Change Manager, possiamo concludere, è una figura fondamentale per molte aziende, non necessariamente in un periodo di crisi, che hanno bisogno di una visione e di una  consulenza esterna per affrontare il cambiamento in atto al meglio, volgendo a proprio vantaggio la nuova situazione competitiva.

 

Molti dipendenti mostrano resistenza al cambiamento un po’ per natura e un po’ perché temono in alcuni casi che il loro ruolo sarà sostituito o sminuito dalla tecnologia. Rendendo i dipendenti partecipi al cambiamento e spiegando tutti i passaggi e i benefici che si possono ottenere, si attutisce in anticipo l’attrito culturale che potrebbe manifestarsi. 

 

Le persone temono l’ignoto e l’incertezza ed avere una strategia chiara e una leadership in grado di portarla a termine, riduce drasticamente queste paure. Inserire un Change Manager, anche temporaneamente, per implementare una strategia non solo conferisce stabilità e sicurezza ai dipendenti, ma garantisce il successo delle nuove linee strategiche e dell’implementazione delle tecnologie adeguate.

 

In questo modo si abbreviano i termini e si facilita la transizione, aumentando complessivamente la fiducia nel top management e negli stakeholders.

 

Per un imprenditore, alle prese con la gestione quotidiana della propria azienda, diventa spesso difficile concentrarsi su tutti gli aspetti che renderebbero ancora più sana e fertile la propria azienda, anche per la mancanza di alcune competenze nell’organizzazione. 

Per questo reclutare un Interim Manager specializzato nel cambiamento, un Change Manager esperto e specializzato nel settore di appartenenza dell’azienda, potrebbe essere la garanzia per il successo aziendale e per tracciare una direzione profonda e duratura per l’azienda, elevando anche le competenze del management interno e aumentando la capacità di innovare e competere nel medio periodo. 

TIM Management può aiutare proprio in questo, fornendo un Change Manager in tempi brevi che possa assistere l’organizzazione in un passaggio transizionale, qualunque esso sia, così delicato al suo interno. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’evoluzione del CFO: da operativo a strategico

La figura del Chief Financial Officer è una figura chiave all’interno di qualsiasi tipo di organizzazione.  È una figura che con il tempo si è dovuta adattare passando da un ruolo prettamente contabile ed operativo ad un ruolo più manageriale e decisionale. 

L’evoluzione di strumenti e tecnologie, con innovazioni che hanno stravolto ed evoluto le modalità di fare impresa, ha fatto sì che anche questa figura si sia dovuta adattare, assumendo un ruolo più decisionale, dotandosi di strumenti evoluti di analisi dei dati consuntivi e previsionali, e integrandosi in maniera più olistica nell’ecosistema aziendale. 

Sorge sempre più spesso la necessità, anche per le piccole e medie imprese, di dotarsi di un buon CFO per poter prendere migliori decisioni strategiche, sfruttando meglio i propri dati analitici. 

 

CFO – DALL’OPERATIVO ALLO STRATEGICO

Tradizionalmente la figura del CFO si associava prevalentemente ad un ruolo di contabilità, amministrazione e controllo di gestione, nei casi più evoluti, e le sue competenze fondamentali erano competenze tecniche, come ad esempio il controllo del cash flow e della liquidità oppure la responsabilità e competenza sui dati amministrativi/fiscali. 

Oggigiorno non è più così. Il CFO unisce le sue competenze ad un approccio strategico, contribuendo in modo diretto alla guida dell’azienda, diventando a tutti gli effetti, il braccio destro dell’imprenditore. Grazie ad una visione a 360 gradi sull’azienda e sui diversi dipartimenti, il nuovo CFO riesce a tenere sotto controllo tutti i nodi decisionali, sostenendo le sue scelte in modo analitico e professionale e facilitando la strategia di business. 

 

IL RUOLO E LE RESPONSABILITÀ’ DEL CFO

Un modo per comprendere le macroaree di operatività del CFO è di utilizzare il metodo delle 3C skills: 

  • capacità di Calcolare ed analizzare la performance dell’azienda  
  • competenza nel Coordinare il processo decisionale interno dell’azienda
  • avere la padronanza nel Comunicare e diffondere sia internamente che esternamente le decisioni finanziarie e le performance aziendali 

Le responsabilità e le funzioni del CFO possono variare a seconda della realtà nella quale opera che può spaziare da una realtà industriale consolidata a una startup, (in questo caso avrà il compito di costruire una vera e propria struttura aziendale) e varia anche in funzione del settore nel quale l’azienda opera e delle dimensioni dell’azienda.

A prescindere dal tipo di organizzazione in cui si trova,  l’obiettivo del CFO sarà sempre quello di guidare e indirizzare la strategia di business, spingendo l’azienda ad investire nelle giuste opportunità.

I compiti specifici che un Chief Financial Officer svolge si possono riassumere in:

  • Gestione dei dati finanziari, includendo la redazione e presentazione di rapporti e bilanci per valutare la performance dell’azienda
  • Gestione del budget e del sistema di previsione degli andamenti del mercato e dei prodotti e servizi
  • Controllo di gestione e corretta allocazione di ricavi e costi per linea di business e articolo
  • Gestione della cassa e dei tempi di incasso e pagamento
  • Rapporto con le istituzioni finanziarie 
  • Supervisione dei processi finanziari aziendali
  • Gestione della relazione tra l’azienda e i suoi azionisti
  • Collaborare con gli avvocati e gli advisor durante i processi di fusione e acquisizione dell’azienda.
  • Valutare le opportunità di espansione ed M&A
  • Supervisione del rispetto delle norme e delle leggi nelle attività economiche
  • Minimizzare spese e perdite
  • Monitorare gli eventi che possono incidere sullo stato finanziario della società

 

CFO 4.0 NELL’ ERA TECNOLOGICA 

La figura del CFO si è adattata all’innovazione tecnologica, oggi è sempre più fondamentale che conosca e a volte sappia utilizzare le nuove tecnologie digitali.  

In questo nuovo scenario il Chief Financial Officer ha un ruolo sempre più rilevante nelle conduzione dell’azienda avvicinandosi e affiancandosi sempre di più alla direzione dell’azienda. Le sue funzioni principali risiedono nel monitoraggio delle performance aziendali, nella previsione e gestione dei rischi alla quale l’organizzazione è esposta e nel garantire un flusso corretto e condiviso delle informazioni tra le diverse aree e funzioni interne. 

Il suo metodo di lavoro viene spesso definito “data-centrico” (una traduzione letterale dall’inglese che solo parzialmente ne definisce il metodo). L’uso di Big data,può migliorare il processo di valutazione della gestione aziendale e le relative analisi ottimizzando l’operatività dell’azienda e portando a  migliori decisioni strategiche. 

Un altro strumento che facilita il lavoro del CFO e migliora la performance aziendale è l’uso di RPA (robotic process automation). Questa tecnologia consente sia un alleggerimento delle attività ripetitive e quindi una riduzione dei costi, che un importante miglioramento complessivo delle attività di accounting e un’ottimizzazione sul fronte del revenue management.

Anche con l’uso del Machine Learning le attività di reportistica stanno diventando molto più efficienti, arrivando alla generazione automatica di report mensili e alla creazione personalizzata di report suddivisi per business line o team. 

Oltre alle competenze tecniche necessarie per il suo lavoro, il Chief Financial Officer, deve quindi avere uno sguardo proiettato verso il futuro, capendo le nuove tecnologie e le dinamiche della digitalizzazione allocando le risorse aziendali verso una visione digitale di lungo periodo. 

La figura del CFO è un figura omnicomprensiva che non si limita solo alla parte finanziaria dell’azienda ma che contribuisce in maniera determinante alla strategia e al processo decisionale di board, fornendo e interpretando i dati interni ed esterni a disposizione. 

Spesso in molte PMI italiane la figura del CFO non è presente, per mancanza di cultura finanziaria e manageriale, e le performance e i risultati ne risentono in maniera pesante.

Tutte le aziende dovrebbero integrare un CFO all’interno dell’organizzazione e molto spesso la scelta corretta è quella di reclutare un Interim CFO senza appesantire l’organizzazione con risorse a tempo indeterminato; le PMI, oltre a beneficiarne operativamente, potrebbero internalizzare un patrimonio di cultura finanziaria, tecnologica e gestionale che perdurerebbe nel tempo, molto oltre la permanenza della figura inserita all’interno dell’organizzazione. 

 

Tim Management si avvale di una rete di professionisti competenti selezionati nel tempo e ordinati nel network per funzione e settore. Assistiamo le organizzazioni e gli imprenditori nella ricerca e nella selezione di figure come l’Interim CFO, che possono veramente impattare sulle performance aziendali, essendo operativi in tempi brevissimi e apportando valore all’organizzazione. 

 

Global business: da opzione a necessità

Dopo due anni di convivenza con la pandemia Covid-19, ci troviamo in una situazione più difficile del previsto, dovuta all’inflazione e al conseguente aumento incontrollato dei prezzi delle materie prime e dell’energia. E’ una situazione che rende più incerta la ripresa dell’economia mondiale, e l’Italia non si discosta da questo trend. 

Imprese: internazionalizzare per crescere 

Non tutte le imprese ce l’hanno fatta e non tutte ce la faranno ad affrontare la risalita; molte si adatteranno ai nuovi cambiamenti e trasformeranno radicalmente il loro Business: a partire dagli assetti organizzativi per arrivare ai modelli strategici, e quelle più lungimiranti si attrezzeranno per operare efficacemente nei mercati esteri. 

Nessuna azienda, ad oggi, può permettersi di rimanere ferma a guardare e ad attendere che il mercato si riprenda autonomamente; tutte dovranno necessariamente cercare nuovi sbocchi e nuove opportunità per distribuire la produzione a costi meno elevati. Bisogna considerare la globalizzazione come un’opportunità per intensificare gli investimenti, e di conseguenza i ricavi, e per ottenere molteplici benefici positivi, tra cui evidenziamo una minore dipendenza dall’andamento dell’economia nazionale e la possibilità di compensare le crisi in alcuni mercati esteri con un’internazionalizzazione ancora più estesa. 

Cosa spinge le aziende verso i mercati internazionali nonostante le grandi tensioni politiche e un’incertezza crescente? 

Sicuramente le opportunità di crescita e sviluppo, ma anche i vantaggi competitivi che si possono ottenere in termini di: 

  • costi inferiori di produzione e distribuzione rispetto ai competitor;
  • poter raggiungere consumatori che percepiscono i prodotti come unici rispetto alla concorrenza locale; 
  • generare profitti superiori sui mercati esteri. 

Quanto contano i costi di trasporto nella scelta dei mercati 

Ad oggi, uno dei temi più importanti per determinare su quali mercati puntare per allargare il proprio ambito operativo e quali invece accantonare, è quello dei costi di trasporto: molte imprese, dati i costi elevati di trasporto che sembrano non essere destinati ad abbassarsi per lungo tempo, puntano ad accorciare il percorso chilometrico per l’approvvigionamento e per la vendita all’estero. 

Questa strategia prende il nome di “nearshoring” e ha l’obiettivo di abbattere i costi di trasporto affidandosi a produzioni, collaborazioni e  fornitori in prossimità del territorio di provenienza, ad esempio stati confinanti. 

Infatti, la nuova economia punta ad ottimizzare i costi e ad implementare nuove idee di business: ridurre i percorsi fatti dalle merci intorno al globo avrà un impatto positivo sia per gli stessi operatori del settore sia per l’ambiente.

Il ruolo dei manager nell’apertura di nuovi mercati esteri

Data l’impellente necessità di internazionalizzarsi, quindi di collaborare e a volte perfino di fondersi con nuove realtà estere, è bene avere piena consapevolezza dell’importanza delle risorse e dei Manager che dovranno affrontare questa sfida. 

Avere a disposizione un capitale umano preparato e che abbia una profonda conoscenza, non solo delle lingue e delle culture, ma anche della filiera produttiva e di approvvigionamento dei mercati in cui si va ad operare, è determinante affinché l’impresa non vada incontro a insuccessi ed errori. 

L’introduzione di un Temporary Manager, competente e con consolidata esperienza in dinamiche e contesti analoghi, che possa supportare l’impresa nella fase di avvio, la più delicata della transizione, è sicuramente una buona strategia per l’imprenditore. 

Infatti, le skills richieste sono sempre più complesse ed è sempre più difficile trovare delle risorse altamente competenti in tempi brevi, risorse che si rivelano indispensabili per instaurare una collaborazione positiva con i manager internazionali. 

Fidarsi solo della propria cultura aziendale e della percezione interna dei fenomeni sociali, aziendali e di mercato, è rischioso poiché porta inevitabilmente a formulare le strategie e a disegnare l’organizzazione in modo autoreferenziale, rischiando di portare solo risultati negativi per l’azienda sul mercato estero. 

È una sfida in cui si vince solo avendo nella propria squadra persone di qualità, a prescindere dalla loro lingua o cultura di origine: il talento è il primo requisito per attrarre fornitori e/o investitori del mercato globale, è un contesto altamente competitivo che ha necessità di essere sempre più internazionale e meno locale. 

Il fattore organizzativo è uno più importanti da tenere in considerazione, affinché le integrazioni e le fusioni tra imprese italiane ed estere si sviluppino con maggiore frequenza e con un sempre maggiore successo.

Le reti d’impresa all’interno dei mercati globali 

Le reti tra imprese, soprattutto sui mercati esteri, diventeranno decisive perché anche alle aziende più piccole si apre la possibilità di farsi spazio all’interno di un mercato molto più ampio dove l’innovazione e le strategie prevalgono sulla dimensione del business.  

A tutte le imprese, quindi, è richiesto di crescere, svilupparsi e affrontare nuove sfide in termini di solidità e di qualità sia nel mercato locale che nel mercato internazionale: farlo avvalendosi di personale qualificato è il primo passo per ottenere successo nel breve periodo e per avere risultati nel lungo. 

TIM Management dal 1987 offre supporto manageriale alle aziende, nelle fasi di ristrutturazione e in quelle di crescita e sviluppo, in Italia e all’estero. TIM Management è parte di WIL Group, un network costituito da 13 società leader nell’Interim Management operanti in 60 paesi, con l’obiettivo di fornire un efficiente servizio transnazionale ai propri Clienti e supportare lo sviluppo internazionale, con l’inserimento di Interim Manager locali nelle filiali estere e la ricerca di business partner.

Contatta TIM Management per richiedere informazioni. 

Reti d’impresa in crescita: per le PMI sono uno strumento efficace per affrontare la crisi

Affrontare l’emergenza Covid ha stimolato le PMI nella ricerca di nuove opportunità per migliorare la loro competitività e superare la crisi con successo; ad esempio, le reti d’impresa si sono rivelate uno strumento molto efficace e sono sempre più utilizzate dalle PMI italiane.

I dati provenienti dall’Osservatorio Nazionale sulle Reti d’Impresa mostrano per l’anno passato un aumento dei contratti di rete del 13,3% e delle imprese in rete del 10%. 

Contratti di rete: cosa sono e chi può avvalersi della strategia

È obiettivo comune sopravvivere alla crisi, alla concorrenza e alle produzioni a basso costo dei paesi esteri. In che modo riuscirci in un contesto sempre più sfidante? Il contratto di rete può essere uno degli strumenti più efficaci in questo contesto, vediamo perché

Possiamo definire il contratto di rete come un’aggregazione di imprese che prevede cooperazione tra loro per perseguire obiettivi comuni; è dunque uno strumento smart che consente alle imprese di condividere le risorse, all’interno di mercati incerti e sempre più complessi, per incrementare la propria competitività.

Le attività legate alle reti d’impresa sono determinate da una normativa che prevede che le parti dispongano di un programma di rete composto da tre tipologie di attività: 

  1. collaborazione tra le parti; 
  2. scambio di informazioni e/o prestazioni; 
  3. esercizio in comune di una o più attività per impresa. 

L’internazionalizzazione, come ormai ampiamente assodato, deve essere considerata un must per tutte le aziende che vogliono rendersi competitive all’interno dei mercati e che vogliono aprire nuove opportunità commerciali.

La creazione di una rete di impresa può rappresentare un’opportunità da cogliere: non è un mondo riservato alle grandi aziende, anzi sono soprattutto le PMI che possono avvantaggiarsi del meccanismo di rete e sfruttarlo al fine di aprire collaborazioni virtuose con altre imprese, inserirsi sui mercati esteri e creare nuovi sbocchi commerciali

Un sistema di successo

Ad oggi, le reti vincenti, vertono su strategie performanti e resistenti e sono accomunate da determinate caratteristiche: 

  • Hanno risorse e competenze complementari e intangibili;
  • Si affacciano ad un mercato di riferimento affine al proprio; 
  • Le tecnologie legate ai dati e all’automazione, sono considerate fondamentali. 

Altri fattori comuni da sempre presenti alle reti d’impresa sono: 

  • la tendenza all’aumento del potere contrattuale dell’impresa associata, 
  • l’abbassamento dei costi di produzione,
  •  la formazione condivisa per il management,
  • e la partecipazione a gare e appalti. 

Per effetto della crisi pandemica Covid-19 sono emerse come vincenti anche le tematiche legate all’innovazione e all’internazionalizzazione. 

I dati a supporto della strategia: report 2022

L’Osservatorio Nazionale sulle Reti d’Impresa ha condotto un’analisi su circa 6.970 reti diffuse sul territorio nazionale: è stata rilevata una prima distinzione tra ‘reti contratto’, che rappresentano circa l’85% del campione, e le ‘reti soggetto’, circa il 14,6% sul totale. 

Al 31 dicembre si contavano 42.232 imprese in rete, +3.849 rispetto al 2020, per un totale di 7.541 contratti di rete, questi ultimi, rispetto al 2020 hanno riscontrato un incremento di 885 nuovi contratti. 

Le imprese più coinvolte riguardano i seguenti settori:  

  • agroalimentare (22%)
  • commercio (14%) 
  • costruzioni (12%)

Nuovo modello di business organizzativo

Possiamo dunque considerarlo un vero e proprio modello organizzativo mirato ad aumentare la produttività in termini di valore aggiunto, al fine di conquistare nuovi mercati e competere in quelli attuali. 

Per le reti di impresa la priorità viene sempre data alla ricerca continua di soluzioni per differenziarsi e rafforzare il proprio modello di business, facendo leva sulla diversità e peculiarità delle competenze che emergono dal processo di aggregazione. 

Ma non sono solo questi i vantaggi, essere parte di una rete consente anche di:

  • realizzare economie di scala,
  • superare i limiti dimensionali delle singole imprese,
  • accedere alla complementarietà di competenze derivanti dalle diversità delle risorse presenti nelle  imprese retiste,
  • riposizionarsi come rete su un segmento di mercato a più alto valore aggiunto grazie a soluzioni integrate.

Le imprese retiste si caratterizzano per essere capaci di ‘coopetition’, ovvero essere in grado di collaborare simultaneamente per ottenere un risultato decisivo: la diversificazione delle competenze. 

Con questo nuovo modello di business innovativo e integrativo le imprese italiane in difficoltà stanno riuscendo con successo ad affrontare e superare la crisi economico-sociale causata dalla pandemia Covid-19.

Le PMI nel nostro paese sono all’avanguardia e stanno compiendo un processo di  evoluzione e trasformazione, ormai ineludibile per riuscire a competere con successo in mercati sempre più sfidanti. 

È un percorso virtuoso ma che può presentarsi difficile per le PMI che non trovano all’interno dell’organizzazione le competenze necessarie ad affrontare il cambiamento e l’internazionalizzazione; in questo caso può essere risolutivo rivolgersi a consulenti esperti che sappiano introdurre nell’organizzazione risorse già formate e in grado di portare rapidamente competenza ed esperienza.  

L’ affidarsi a un Interim Manager esperto può essere la scelta più opportuna per tradurre l’innovazione in risultati concreti, per velocizzare i tempi, ottimizzare i processi e valorizzare il proprio capitale umano; e tutto questo senza dover introdurre nell’organizzazione figure che si rivelerebbero ridondanti, una volta superata la fase di implementazione delle nuove tecnologie o dell’entrata nei nuovi mercati.

 

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